Borghi d'Italia

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Barbagia Gennargentu

Sardegna, Italia

Luoghi capaci di esprimere una’identità dalla forza quasi mitica; regione che si alimenta del carattere sardo in forma pura, dove natura e cultura, ambiente e uomo concorrono a creare qualcosa di unico e irripetibile. Non si riesce proprio a separare le immagini e le pieghe del paesaggio, spesso rudi e profonde, con quelle altrettanto incisive dei modi di essere, di concepire il mondo, di rapportarsi agli altri. Il risultato: una terra straordinaria per la sua anima, per le sue vedute di campagne e di monti che mantengono uno spirito selvatico che sfiora misteri ancestrali, per il senso di irraggiungibile ospitalità coniugata alla riservatezza, per la capacità di essere davvero originale senza cadere nella retorica.

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Le solitudini coperte di asfodeli della montagna, e Aritzo e Tonara e Nuoro, verso la misteriosa Sardegna di Orgosolo, di Oliena di Orune, dei paesi di pastori, che mi parevano ancora avvolti in un’ombra lontanissima.
Carlo Levi, 1964
(Sorgono) C’è un ruscello: in realtà una lunga cascata, simile a una treccia che si riversa in una piccola gola e un alveo che si apre un poco, e mostra uno splendido gruppetto di nudi pioppi laggiù in basso. Sono come fantasmi. Hanno una luminosità spettrale, quasi fosforescente nell’ombra della valle, presso il ruscello. Se non proprio fosforescente, allora incandescente: una incandescenza grigia, d’oro pallido di membra nude e miriadi di ramoscelli accesi dal freddo che luccicano stranamente. Se fossi un pittore li dipingerei: perché sembrano avere un corpo vivo, sensibile. E l’ombra li avvolge.
David Herbert Lawrence, 1921
Dentro le nuraghe c’è ombra e silenzio, senza l’intervento dell’immaginazione o lo sforzo della ragione o della fantasia, il senso fisico di essere in un altrove, in una regione ignota, prima dell’infanzia, piena di animali e di selvatica grandezza.
Carlo Levi, 1964
Questi sono i boschi del Gennargentu. Ma non sono i boschi che intendo io. Sono piccole manciate di querce e castagni e sughere sui ripidi pendii delle colline. e le querce da sughero! Vedo curiosi, sottili alberi simili a querce, scortecciati al di sotto dei rami, che si ergono rosso_bruni, curiosamente evidenti in mezzo al pallore grigio bluastro degli altri. Mi ricordano sempre più, i nudi arborigeni dei Mari del Sud.. lucidi, color del caffà. Hanno la stessa nuda soavità, spoglia, e lo stesso colore rossiccio del caffè che hanno i selvaggi nudi. E queste sono le sughere scortecciate.
David Herbert Lawrence, 1921
È un paese antico e chiuso, dove permangono, forse più che in ogni altro, gli usi, le abitudini, i costumi, le tradizioni popolari più lontane, e l’intelligenza e il valore di una vita tanto più energica quanto più limitata, piena di capacità espressiva, di potenza individuale e di solitudine. Il vento soffiava nelle stradette vuote, i monti curvavano i dorsi neri sotto il cielo notturno.
Carlo Levi, 1964
Orune è per me uno dei luoghi della fantasia e della memoria; forse per il suono del suo nome, forse perché l’ho tenuta nella mia casa per anni nella sua forma di uccello, di snella, selvatica carroga dai neri occhi lucenti, con cui avevo finito, in qualche modo, per identificare quel paese, quei monti, quel vento d’aprile, e la cucina vecchia, nera di antico fumo, e gli attitos, e le poesie, e i balli sardi, e i pastori, e i ladri di pecore, e i latitanti di un mondo archeologico e presente.
Carlo Levi, 1964
(Verso Nuoro) Tutt’intorno si ergeva l’altopiano, fosco, blu scuro. Lontano da qualche parte il sole stava tramontando con un po’ di rosso cremisi. Era un paesaggio selvaggio, insolito, di forma insolita. Le colline sembravano così integre, blu scuro, vergini e selvagge, la culla profonda della valle era coltivata come fosse un arazzo, laggiù in basso.
David Herbert Lawrence, 1921
(Intorno Barumei) La luna, limpidissima, illuminava le casette nere e grigie che parevano fatte di carbone e cenere: il vasto orizzonte, tutto d’un azzurro latteo, sembrava uno sfondo di mare lontano. Le ombre delle roccie e dei cespugli si disegnavano sul terreno giallognolo, tutto appariva dolce e misterioso [...]
Grazia Deledda, 1907
(Nel Nuorese) Dopo le chine s’aprirono silenziose radure, circondate d’alberi che si slanciavano sui limpidi sfondi. Qua e là roccie accavallate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedistalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le rocce dell’Orthobene, trasformandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo. Dopo le radure di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d’acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggi e armenti; e sempre ombra, tremuli rabeschi di qualche grido di gazza, qualche picchio di accetta ripercosso da due, tre, quattro echi. Poi ancora la salita, ma dolce di felci fresche.
Grazia Deledda, 1900
Di solito, il livello della vita è ritenuto essere al livello del mare. Ma qui, nel cuore Sardegna, il livello della vita è alto, sull’altopiano illuminato d’oro, e il livello del mare è da qualche parte, lontano giù nel buio, non importa dove. Il livello della vita, invece, è in alto, in alto e addolcito dal sole e tra le rocce. Continuiamo a correre nel mattino, e finalmente vediamo un grosso paese di pietra, alto su una vetta più in là sull’altopiano. Ma ha un aspetto magico, come lo hanno tutte queste minuscole cittadelle arroccate viste da lontano. Mi fanno venire in mente le mie visioni infantili di Gerusalemme, alta contro il cielo, che sembrava scintillare, e costruita in cubi aguzzi. È strana la grande differenza che c’è tra i paesi in alto, freschi, orgogliosi, e i paesi nelle valli. Quelli che coronano il mondo hanno un’aria luminosa, brillante, come Tonara.
David Herbert Lawrence, 1921