Borghi d'Italia

5116-Maremma.jpg

Maremma

Toscana, Italia

La Maremma ha in se qualcosa di letterario, di romanzesco. I suoi stessi confini, che comprendono parti grossetane, ma anche livornesi, pisane, senesi, fino a spingersi nel Lazio, ne fanno una regione geografica e storica “ambigua” e affascinante. Una certa ruvidità e singolarità del paesaggio e delle sue popolazioni, una certa discrezione che la tiene quasi appartata rispetto ai circuiti più scontati, hanno fatto di questa parte d’Italia un luogo per certi versi ancora pieno di sorprese, sia nelle sue terre che nelle sue acque. Terra e acqua che qui si toccano in ambienti unici, in marine selvatiche e pianure che conservano qualcosa di avventuroso, come avventurosi appaiono gli straordinari buoi dalle immense corna di queste parti, i fierissimi cani pastore, i cinematografici butteri, ancora orgogliosi di una vita spesa per buona parte a cavallo di bellissimi animali. Una terra che non si fa mancare niente: c’è il Tirreno sorprendente, quello solitario e quello che tocca località balneari famose, ci sono le colline coltivate come sanno fare i toscani, ci sono terme ribollenti e si arriva addirittura fino ai piedi di un monte, l’Amiata, che mostra, solo nelle forme, la sua antica personalità vulcanica

Leggi le citazioni

Son solamente i vecchi, ma gli uomini di mezza età, ricordano la Maremma delle paludi, delle mandrie brade, dei butteri, della malaria e dei banditi, che le bonifiche assalivano senza riuscire a soverchiare. Vi era ancora, trent’anni fa, chi evitava di attraversare quel territorio a costo di allungare il viaggio; e vi era invece il viaggiatore romantico, attirato da quel miscuglio di antica civiltà e di vita selvaggia.
Guido Piovene, 1957
In Maremma (“da Cecina a Corneto” per delimitarne con Dante il territorio ) è sepolta gran parte della civiltà etrusca: Tarquinia, Vulci, Cosa, Vetulonia, Roselle, Populonia, fino a Volterra. Ma alle foci dell’Albegna esiste una preistoria ancora viva: un grande toro che ho sempre veduto pascolare, seduto e indisturbato nel tombolo. La Maremma purtroppo cambia aspetto, ma quel toro ne è l’emblema. È quel che resta della sua svogliata e selvaggia maestà. E vedo nell’occhio della bestia espandersi pacifica un’antica patria d’acque e foreste, di armenti bradi e di generosi briganti.
Bino Sanminiatelli, 1966
La verde Maremma!
Un deserto di bellezza colmo di sole – anche se un velo
Sopra si distende di malinconica tristezza;
Orma d’uomo non calpesta il regno della solitudine
Il deserto in fiore risplende invano.
Felicia Hemans, 1793 - 1835
D’estate in Maremma, o per lo meno nella maggior parte della Maremma fa caldo e quanto più questa si allontana dalle verdi pendici dell’Amiata e dai poggi meno verdeggianti, ma ventilati, di Montieri e di Roccastrada, fa caldo: più caldo che in qualunque altro sito della Toscana e forse di tutta l’Italia centrale. Ma da quando questo caldo, grazie alle imponenti opere di bonifica promosse dai Lorena e proseguite indefessamente dallo Stato, non è più apportatore di morbo e di morte. esso è divenuto un elemento determinante nel potenziamento dei caratteri che conferiscono alla Maremma un inconfondibile fascino. È un caldo gagliardo, come il temperamento della gente di questa terra, leale e generoso: nel senso che, oltre a rendere feconde di messi quelle vaste pianure che per secoli furono malefici acquitrini nel fulgore delle lunghe giornate estive che non conoscono cieli coperti, brume o nuvolaglie, rende favolosamente nitidi i profili del paesaggio, dalle groppe dei monti alle sagome dei castelli e dei forti alle solenni pinete della costa, ed esalta i colori dal cobalto del mare alle rocce grigie e rosse che su esso strapiombano, dall’ocra delle pianure e dei campi al verde cupo delle macchie selvagge, all’argento degli oliveti al bianco e al rosa delle vecchie case coloniche e dei casolari.[…] Scelga dunque, chi vuole scoprire questa terra rude, affascinante e, per molti aspetti ancora sconosciuta, la luminosa estate i cui ardori per altro sogliono essere spesso temprati dal maestrale e dalle silvane brezze dell’Amiata.
Enzo Carli, 1965