Borghi d'Italia

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Mari e coste di Sardegna

Sardegna, Italia

Il mare è senza dubbio nell’anima della Sardegna, e lo è in una maniera tutta particolare: segna con la sua presenza fisica, culturale, verrebbe da dire spirituale, l’insieme di questa terra emersa dal Mediterraneo, disegna un perimetro costiero con immagini famosissime e molto diverse fra loro, sempre in qualche modo potenti, sia sui tratti sabbiosi che in quelli di sassi e di scogli, sugli arenili più noti come in quelli più isolati e selvaggi. L’aria del Mediterraneo penetra spesso fino all’interno, fino alle campagne sperdute, ai pascoli sconfinati e ancora più in là, per toccare monti e alture. Qui insomma il rapporto tra terra e mare assume sfumature inequivocabilmente sarde, fino a stabilire un rapporto non proprio semplice da definire. Sulla bellezza delle coste non si discute: al mondo ce ne sono poche così e in molti luoghi, specie quelli più nascosti, dove il mare cristallino tocca la terra con i suoi più fantasiosi giochi, è facile provare un entusiasmo che porta a una sorta di smarrimento. Che l’uomo possa godere di un mare così ha qualcosa di miracoloso, provoca sensazioni che non sembrano superabili, ed è facile addirittura arrivare alla percezione delle coste sarde come “finis terrae”, magnifico confine alla “fine del mondo”.

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Ecco una volta ci siamo fermati in rada. Abbastanza coperto dal maestrale, [...]. Laggiù, chiusa in una piega della costa oscura coi suoi campanili dentati, Alghero. Sembra di pietra pomice. [...] ci abborda un barcone furibondo con la sua vela che non fa in tempo a calare. Sgoverna. E bisogna che viri perché si affianchi allo scafo. Porta panieri di aragoste vive che disperatamente masticano l’alghe in cui stanno. [...] E presto si fa notte. Alghero s’accende di lumi azzurrognoli che l’impressione del vento fa palpitare ai nostri occhi. Dal barcone salgono le voci dei caricatori al buio, poi si distaccano, sfumano, invisibilmente in cammino sotto il ciondolio di un fanale che il vento si porta. Il piroscafo, sospinto addosso alla negra costa, non sa restare più fermo. Suonano i rintocchi alla campana di prua, si riparte [...]
Elio Vittorini, 1932
(Golfo di Cagliari) Quando si contempla il golfo di Cagliari [...], si gode d’ una dei bellissimi fra i belli spettacoli che offrono al viaggiatore le cento città d’italia. Un golfo ampio, dinanzi a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi; e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa lungamente e amorosamente su quelle incantevoli bellezze.
Paolo Mantegazza, 1869
Egli (Giuseppe Garibaldi) adorava Caprera, la sua selvaggia isola gli ricordava, forse, la sua nave a vela, quando di notte minacciava di frangersi tra le scogliere, e il ponente, fischiando fra le sue piante che gemevano e scricchiolavano, doveva dargli l’impressione che il vento fischiasse fra le sartie facendone gemere le antenne e i cordami [...] Anche l’odore delle tante piante aromatiche di cui l’isola è coperta e fiorita gli dovevano ricordare le profumate brezze dell’Oceano dove aveva passato i più belli anni della sua vita. Col ritorno di Papà ricominciarono le nostre passeggiate per Caprera.
Clelia Garibaldi, 1948
Giù in basso c’è il piccolo cerchio del porto (di Cagliari). A sinistra una bassa pianura marina, dall’aspetto malarico, con ciuffi di palme e di case che sembrano arabe. Da qui parte la lunga lingua di terra che va verso la torre di avvistamento bianca e nera, la strada bianca striscia in quella direzione. Sulla destra, davvero curioso, un lunga, strana lingua di sabbia corre come una sopraelevata lontano attraverso le secche della baia, col mare aperto da una parte, e vaste lagune. una cosa da fine del mondo. Oltre queste ci sono montagne scure dalle molte vette, proprio come oltre la vasta baia ci sono tetre colline. È un paesaggio davvero strano: come se il mondo finisse qui. [...] Terra e mare sembrano finire entrambi, spossati, sul capo della baia: la fine del mondo. E in questa fine del mondo sorge Cagliari, e su entrambi i lati, improvvise colline dalle creste serpentine.
David Herbert Lawrence, 1921
Orosei stava lì sul promontorio dietro di noi. Lontano sulla destra i piatti acquitrini del fiume con le folte canne secche incontravano il piatto mare luccicante, fiume e mare erano una sola acqua, le onde si increspavano minuscole e smorzate nella corrente del fiume. A sinistra c’era uno spettacolo di grande bellezza. Il letto del fiume curvava verso l’alto, nell’interno, e il terreno era coltivato: ma in particolare, vi erano imponenti mandorli in piena fioritura. Com’erano belli, con il loro puro rosa argenteo che risplendeva così magnificamente, come una trasfigurazione, alti e perfetti in quello strano letto del fiume simile a una culla in parallelo al mare [...] Ed erano fioriti in una così grandiosa bellezza là, in quella valle dove il sole cadeva magnifico e il bagliore del mare imbiancava tutta l’aria come una specie di presenza divina, luccicavano nel loro incandescente rosa del tramonto. A stento si potevano vedere i loro tronchi color ferro, in questa magnifica valle.
David Herbert Lawrence, 1921
(Verso Terranova) Così affiorammo sulla sommità: e c’era il Mediterraneo che si increspava contro le nere rocce non molto più basse a noi sulla destra. Perché, una volta sul tavolato la strada girava diretta a nord, una lunga strada drittissima che correva tra strisce di brughiera, selvaggia e coperta di cespugli. Il mare era vicino, blu, blu e pulsante di luce. Sembrava fatto più di luce che di acqua. [...] La strada correva lungo il mare, sopra il mare, girando dolcemente su e già, e correndo verso un promontorio collinoso che invadeva il mare in lontananza. Non c’erano zone montuose. Avevamo lasciato la valle alle nostre spalle, e le brughiere ci circondavano, selvagge, desolate, una brughiera disabitata e inabitabile che si alzava dolcemente sulla sinistra e, finiva lì dove la terra precipitava con un dirupo nel mare a destra. Ora non si vedeva alcun tipo di vita: neppure una nave sul pallido mare blu. Il grande globo del cielo era incontaminato e regale nel suo azzurro e nella sua squillante luce cerulea. Sulla brughiera si librava un grande falco. Affioravano rocce. Era una terra selvaggia, ricoperta di cespugli bruni, esposta al cielo, abbandonata al sole e al mare.
David Herbert Lawrence, 1921