Borghi d'Italia

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Mari e coste siciliane

Sicilia, Italia

I mari di Sicilia, mari di natura e di storia incomparabili, protagonisti di una letteratura che rimane abbagliata dalle acque e dal sole che splende su vedute, coltivazioni, città, piccoli borghi che raccontano storie tra le più antiche e belle della civiltà umana. Le coste di Sicilia come inventario di tutte le spiagge possibili, dove l’ambiente si è sbizzarrito a cercare le forme più varie e stupefacenti. Le coste come approdo di genti e culture che nei millenni sono arrivate da lontano portandosi appresso bagagli di saperi, sapori, profumi, conoscenze, stili d’arte e di vita. Mare e cielo: un matrimonio che si consuma in Sicilia in una maniera che lascia tutti ammirati, quasi perplessi di fronte a un amore reciproco così forte e passionale. Più di 1600 chilometri di coste dicono già quale possa essere la forza del mare nella maggiore isola del Mediterraneo. Qui si possono ancora vivere emozioni marine quasi primordiali, ma anche godere di una balneazione tra le più attrezzate, di splendide solitudini come di luoghi celebri per la loro mondanità.

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All’alba si rividero sul ponte. Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall’insonnia. La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri. Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutta un tratto d’oro e di rubini e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontorii oscuri. A bordo cominciava l’affaccendarsi del primo servizio mattutino. I passeggeri salivano ad uno ad uno sul ponte, pallidi, stralunati, imbacuccati diversamente, masticando un sigaro e barcollando. La gru cominciava a stridere, e la canzone della notte taceva come sbigottita e disorientata in tutto quel movimento. Sul mare turchino e lucente, delle grandi vele spiegate passavano a poppa, dondolando 1 vasti scafi che sembravano vuoti, con i pochi uomini a bordo che si mettevano la mano sugli occhi per vedere passare il vapore superbo. In fondo, delle altre barchette più piccole ancora, come punti neri, e le coste che si coronavano di spuma; a sinistra la Calabria, a destra la Punta del Faro sabbiosa, Cariddi che allungava le braccia bianche versoScilla rocciosa e altera.
Giovanni Verga, 1883
Allora incontro ti verran le belle Spiagge della Trinacria isola, dove Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.
Omero, Odissea
Non ero mai andato per terra da Messina a Palermo; feci questo viaggio in una giornata bellissima; ne fui abbagliato e incantato. Questo versante tirrenico, che rappresenta la quarta parte dell’area totale dell’isola, e contiene oltre un terzo dell’intera popolazione, con una densità molto superiore alla media del regno di Italia, pure essendo meno meravigliosamente florido del versante jonico, compreso fra Messina e Siracusa, è, per bellezza di paesaggio e per ricchezza di vegetazione, una delle più ammirabili regioni d’Europa. E una successione di golfi e di seni dalle curve graziosissime, dominati da alti promontori dirupati, che si specchiano nel più meraviglioso azzurro marino, che abbia mai sorriso al sole. Si percorre il primo tratto, lungo il mare, in vista delle diciassette isole dell’Arcipelago Eolio, che par che sorgano l’una dopo l’altra dalle acque, con le loro belle forme vulcaniche, ardite e leggere, tinte di colori soavi, d’un’apparenza quasi vaporosa. E le pianure verdi, solcate da innumerevoli corsi d’acqua, succedono alle pianure verdi, i boschi ai boschi, i vigneti ai vigneti, e vaghe città biancheggianti sulle alture, e monti scoscesi coronati di chiese aeree e di castelli spagnuoli e normanni e d’avanzi di colonie greche e romane. E fuggono accanto al treno i boschetti d’aranci, le siepi di fichi d’India, le spalliere di aloe, 1 gruppi di palme, tutta la varietà di piante di tutte le terre italiche, accarezzate e mosse da un aria imbalsamata che vi desta nel sangue e nell’anima un sentimento delizioso della vita.
Edmondo De Amicis, 1908
Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.
Salvatore Quasimodo, 1930
Se vivessimo ancora al tempo dei pagani e degli eroi olimpici non si adorerebbe in questo paese alcun altro dio che Helios e Dionisio, il dio del sole sfolgorante e il dio del vino generoso, tutti e due qui affratellati, l’uno accanto all’altro, come padre e figlio, malgrado tutti gli alberi genealogici delle famiglie mitologiche: Helios, che produce il vino imbevuto degli ardenti raggi del sole; Dionisio, nelle cui vene circola il sangue caldo del padre del sole, e accanto a loro, Poseidone, che abbraccia i mondi, il dio della medesima famiglia, ma che fa valere i suoi diritti incontestati e incontestabili sopra un altro regno. Questa parte della costa settenarionale della Sicilia incomincia dalle rocce dentate dei monti Pelori, che spiccano lontano sul fondo del cielo azzurro dominato dalla piramide dell’Etna coperta di neve e bagnata dalle onde ridenti e cantanti del mar Tirreno, dal cui seno sorge un semicerchio, come un riparo proteggitore, la ghirlanda delle isole eoliche, cominciando dal grande cono dello Stromboli, che s’inalza solitario nella parte orientale, fino ai sottili contorni di Salina e Alicudi, che si dileguano là nella nebbia lontana.
Augusto Schneegans, 1890
La mano di Dio ovunque è discesa per il castigo dei peccatori, ma si è fermata sul cielo di Taormina.
Antonio Aniante, 1962
Aprì una delle finestre della torretta. Il paesaggio ostentava tutte le proprie bellezze. Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, in fondo, era una macchia di puro colore, le montagne che la notte erano apparse temibilmente piene di agguati, sembravano ammassi di vapori sul punto di dissolversi, e la torva Palermo stessa si stendeva acquetata attorno ai conventi come un gregge al piede dei pastori. Nella rada le navi straniere all’ancora, inviate in previsione di torbidi, non riuscivano ad immettere un senso di timore nella calma maestosa.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958
Dal Belvedere di Monreale, sospesi nello spazio, siamo dentro la Conca d’Oro, ne facciamo parte. I monti la incoronano, i giardini la vestono di verde, il mare l’accarezza, il cielo la copre del suo velo azzurro, i villaggi la ingemmano.
Mario Oliveri, 1962
Andammo in treno fino a Favara di Villabate e da Favara risalimmo una trazzera polverosa sotto il sole che si faceva sempre più cocente: […] poi arrivammo a Gibilrossa e potemmo abbracciare dall’alto la Conca d’Oro; davanti a noi c’era un paesaggio ampio e forte, una palpitazione di scaglie d’oro di sole, il metallo verde delle foglie, l’argento e l’oro del mare. Una visione immensa, il disegno purissimo del golfo, delle colline coperte da aranceti, la dura lastra del mare e sopra e ai lati l’intenso azzurro del cielo.
Renato Guttuso, 1962