Paesaggi d'Italia

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Appennino, Casentino e Mugello

Toscana, Italia

La Toscana dei monti è il cuore dell’Appennino, un cuore che batte con la forza di paesaggi antichi ovunque armoniosi, di vedute nate e conservate secondo regole estetiche non facili da pareggiare in Italia e nel mondo. Monti veri e robusti, anche solitari, a volte perfino “difficili”, ma sempre toccati da un soffio di felicità dovuta alla loro bellezza e all’incontro con una civiltà popolare e nobile, com’è quella toscana, giustamente considerata straordinaria. Forze della Natura e della Cultura che si sono incontrate nei millenni: foreste e conventi, alture e castelli, borghi e prati fanno a gara per compenetrarsi, per cantare insieme le bellezze del mondo e del vivere amabile tra i monti come nelle città più blasonate. Le regioni montuose toscane, (il Casentino, il Mugello, La Garfagnana, la Valtiberina, ecc) diventano così piccole - grandi “identità” capaci di proposte turistiche coinvolgenti per la qualità dell’ambiente, originali, concrete perché fatte di ospitalità, di sapori e profumi, sognanti di memorie e arti raffinate.

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Una drammaticità violenta e scontrosa hanno alcune parti dell’Appennino: certe più solitarie e rubeste della Garfagnana, dell’alto Pistoiese e del Mugello; però sempre in esse un conforto: o lo specchio di piccoli laghi o l’improvvisa distesa di pascoli o la meraviglia, a incredibile profondità, di una valle con candido scroscio di acque. Ma in generale, solennità festosa, felicità di sogno in un godimento di cielo e di spazio, le giogaie e i crinali appenninici. Dalle prime pendici alle cime una varietà gioconda di vegetazione e coltivato fin dove un chicco produca una spiga, e pascoli e casolari. In alto, dense foreste e nudità puro respiro. Ai valichi ed alle vette, sorpresa della veduta che s’apre a interminati orizzonti, oltre digradanti file d’altri monti e di colline docili infino al piano disseminato di borghi e alle città lontanissime e al mare.
Bruno Cigognani, 1934
(Alle sorgenti del Tevere) Ed ecco che nuovamente ci si apre dinanzi un quadro immenso, un orizzonte veramente splendido. Da un lato le più remote punte si dileguano nel sublime azzurro e discerniamo Camaldoli e il crudo sasso de la Verna; dall’altro, velati di caligine bianca e incoronati di nubi, si ergono i due sassi di Simone. A noi di contro è una montagna rocciosa, e sotto questa, un ammasso caotico di formidabili scogli, di enormi blocchi di travertino di tutte le forme, che sembrano essere stati scaraventati dall’alto con disperata violenza da smisurati giganti in lotta con altri giganti.
Pier Ludovico Occhini, inizi ’900
Il Mugello è il più bel paese c’habbia il nostro contado e di questo ha comune fama da tutti, o dalla maggior parte de nostri cittadini […] e prima, egli è situato nel mezzo d’un bellissimo piano domestico adorno di frutti belli e dilettevoli, tutto lavorato e ornato come un giardino, appresso vedi pel mezzo un corrente fiumicello tutto dilettevole, e più altri vivai e rivoli, i quali con diletto discendono da vaghi monti, da quali il detto piano è accompagnato d’intorno come una bella ghirlanda […]. Di più fra poggi vedi il selvatico di gran boschi e selve di molti castagni i quali rendono grande abbondanza di castagno e di marroni grossi e buoni: e per essi boschi una gran quantità di selvaggina, come porci selvatici, cavriuole, orsi e altre fiere.
Giovanni Morelli, XV secolo
(Alle sorgenti dell’Arno) A 1280 m. sul mare mangiammo eccellenti lamponi cogliendoli sul margine sul margine del sentiero come nei prati si colgono le margheritine; a 1650 perdemmo la parola davanti a uno spettacolo immenso. Eravamo sull’ultima vetta della Falterona, e sotto di noi per quanto l’occhio poteva, non vedevamo che un mare, proprio un mare di monti! La nostra ammirazione non potè manifestarsi che per via d’interiezioni irragionevoli e di gesti illogici. Possibile che il mondo sia così bello!
Tutto l’Appennino scentrale, dal Sasso della Verna al Cimone di Fanano, era sotto i nostri piedi, e più lontano, sfumate nell’azzurro, facevano capolino vette più alte. L’Adriatico luccicava a levante e a mezzogiorno; verde, ridente, quasi ci tendesse le braccia, si apriva il bel Casentino, fino ad Arezzo. Si può campare mille anni, ma quel momento non si può dimenticare. Viene un momento, nel silenzio solenne della montagna, che il sublime vi sgomenta e vi sentite costretti a chiuder gli occhi per la vertigine dell’immenso. La vita ha poche ore così piene, così grandi. Scendere è un dolore.
Eppure ahimè! Ci toccò discendere. Sedemmo intorno alla sorgente dell’Arno bevendo l’acqua limpida e gelata del Fiumicel che nasce in Falterona, e rovinammo giù a valle per le chine sassose, tra le ginestre dei fiori gialli, sui sentieri arsi bianchi che menano a Stia.
Olindo Guerrini, 1888
L’Amiata trovai in quel di Siena ed è monte non inferiore ai gioghi dell’Appennino, perché dicesi che in Italia ceda soltanto all’Alpi Pistoiesi. Fino al vertice è coperto di boschi; nella parte superiore, che le nubi spesso circondano, domina il faggio; poi vengono i castagni, querce e sugheri. In basso sono viti ed alberi, opera dell’umana industria, prati e campi. In una solinga valle del monte giganteggiano gli abeti, de’ quali ne’ loro edifici servonsi i Romani ed i Senesi. […] fra gli abeti ed i castagni una parte di monte è come calva; essa è tuttavia erbosa ed utile agli armenti.
Pio II, 1894
(Il Casentino) Oh, la serena poesia di queste chiuse vallate spiranti sottili fragranze, con i grandi argini smeraldini che le difendono dalla furia delle acque, con le rugiadose lame per cui al ritorno dal monte si indugiano a ruminare gli armenti, e i pioppi in serrata compagine fan loro corona, mentre con un fremito si appuntano snelli nel purissimo aere! Dolce fantasticare sulla proda erbosa del ruscello quando il vespro s’impregna di umidori e di effluvi ineffabili, e l’ombra sale dal piano a conquistare lentamente la vasta chiostra delle montagne, ed è ultima a spegnersi la Verna, rosea nel tramonto che le fiammeggia contro.
Roberto Pio Gatteschi, inizi ‘900
(La foresta di Camaldoli nel Casentino) Ciò che forma l’incanto di Camaldoli è la foresta che lo circonda e che giunge sino a’ piedi del Convento. I sentieri che si incrociano all’infinito formano un laberinto, nel quale il novizio non deve avventurarsi senza la carta topografica alla mano. Quei boschi assumono, durante la bella stagione, un carattere loro proprio. Anche sotto il folto bosco degli abeti, arbusti e pianticelle crescono a piacere su un tappeto erboso. I ruscelli serpeggiano in mezzo a una vegetazione meridionale. Le piante acquatiche sfoggiano le loro larghe foglie sulla superficie delle acque. Dovunque felci, ginestre, fioretti selvaggi dai varii colori che profumano l’aria specialmente dopo i terribili uragani, che bagnano la terra assetata. Dovunque avellane e gelsi selvatici. La dà dove il sole riesce a far penetrare i suoi raggi i lamponi si coprono di frutti alla fine di luglio, le fragole appariscono innumerevoli in mezzo alle erbe. Il tronco degli alberi, le rocce si coprono di un muschio folto come un tappeto compromesso. La luce smagliante, filtrando attraverso il fogliame accende tutta una gamma di verdi. All’uscire da un’abetina tenebrosa e satura d’umidità si sbocca in un prato ombreggiato qua e là da elci fronzuti e da castagni centenari, da’ tronchi vuoti e venerabili. E si gode allora, dopo una faticosa ascensione, una voluttà indicibile di stendersi sull’erba nella tiepida atmosfera delle altezze.
Ferdinand De Navenne, 1903