Paesaggi d'Italia

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Cinque Terre

Liguria, Italia

Un mare dal carattere forte, potente ma allo stesso tempo confine immutato, stabile e rassicurante, che protegge i borghi e le terre selvatiche inerpicati sulle cime delle scogliere a picco sui lembi azzurri di acque profonde, dalle cui sponde tutto si innalza all’improvviso. Spesso, nel continuo gioco e inversioni di luci, è come essere immersi nel riflesso di abissi che si stagliano alti nel cielo. Spiagge, strade, paesi, balconi assunti a simbolo della magnificenza più nitida del paesaggio italiano, piccoli - grandissimi viaggi sospesi sul mare dove i borghi diventano tappe di una realtà estetica, naturale e umana che le parole fanno davvero fatica a raccontare e contenere. Icone scenografiche di pietre, acque e genti vive: luoghi dove ospiti e visitatori diventano presto consapevoli del privilegio che si gode arrivando alle Cinque Terre. Si cammina su sentieri felici della propria spettacolarità, si scopre una natura dalla forte personalità, e sulla famosa “via dell’amore” che attraversa queste terre, il primo sentimento è a dire il vero la gratitudine per il regalo di un’ apparizione così irripetibile.

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[…] sul litorale cinque castelli quasi alla stessa distanza tra di loro: Monterosso, Vulnetia, che ora il volgo chiama Vernazza, Corniglia, Manarola, Riomaggiore […]. Cosa degna a vedersi come spettacolo, i monti non solamente in pendenza dolce, ma tanto ripidi che nel sorvolarli affaticano anche gli uccelli, sassosi, non trattengono l’acqua, cosparsi di vigna così scarna e gracile come sembra più simile all’edera che alla vite da qui viene un vino per le tavole dei re.
Giacomo Bracelli, 1448
Soltanto in cima alle colline ove avanzavano affacciandosi al mare, quasi con cautela, boschi di pinastri, zone oscure rompevano la lucentezza dei bagliori caldi che il sole faceva piovere anche sui valloncelli. […] tutta la riviera ci sfilava innanzi varia e aerata, quasi ambisse rivelarsi nuova e diversa e volesse disingannarci sulla sua fama di paese lontano dalla vita moderna. […] il paesino di Corniglia, come sollevato dagli antri dove i confratelli si sono incuneati, schiacciandosi a pigna nel fondo di vallette, sopra rivi che impongono alle case archi a puntellarle per reggersi, sfilò innanzi e col suo terrazzo che le consente di contemplare il mare, dal quale si tiene prudentemente lontano.
Giovanni Descalzo, 1933
Nelle Cinque Terre sembra che non ci sia spazio per l’uomo: l’uomo sembra sbattuto dal mare contro l’altra parete di roccia, che comincia subito appena il mare finisce. Sulla parete di roccia ci sono i vigneti; essi sono un monumento di coraggio umano, di pazienza e di resistenza dell’uomo ligure, come lui era, e come non è più. Sono ancora la vera faccia della Liguria; rappresentano ancora le virtù fondamentali dei liguri. L’importanza delle Cinque Terre non è principalmente nel loro fascino di terre inusuali; essa è prevalentemente in questa memoria della Liguria sepolta.Tagliare la roccia a gradinate, portarci la terra; coltivarla; e il vento di mare che brucia la vegetazione, e le frane, le mareggiate, ogni tanto un crollo, l’acqua che spazza tutto; il lavoro di una vita disfatto in una notte di cattivo tempo. Questa è stata la storia dell’uomo delle Cinque Terre, quello che ha messo su quei vigneti sulla roccia quasi a picco sul mare; storia di uomini di mare che coltivavano anche la vite. Ma la separazione tra i due mestieri era soltanto tecnica, non riguardava l’uomo; l’uomo era lo stesso, aveva bisogno delle stesse qualità umane, quando faceva un mestiere, e quando faceva l’altro. Era gente rimasta marina anche sul campo, anche se potava la vite o spremeva l’olio. Ed è ancora quello, non so ancora per quanto, pescatori che fanno anche i contadini, e il loro campo è largo tanto da posarci i piedi, e sembra che debba precipitare sulla testa di chi lo guarda dal basso.
Vittorio G. Rossi, 1962
Ricordo […] molti anni fa, di avere attraversato a piedi le Cinque Terre, che non hanno ancora una strada ma solamente viottoli, da Monterosso a Riomaggiore, ancora coperti di vigne di basso fusto da cui traspare la roccia, i tetti cosparsi di uva posta ad appassire al sole, le cassette disseminate che servono a pigiare l’uva e farvi fermentare il mosto; paesi rimasti antichi nei quali si perpetua la tradizionale vicenda di figli calmi e di figli irrequieti, di stabili e di nomadi, vignaioli e contrabbandieri. Un poeta che era avvezzo al Sud mi disse di trovare in questi luoghi una bellezza così acuta e intatta e così fuori da ogni regola da disorientarlo.
Guido Piovene, 1962
Osservare tra frondi il palpitare
Lontano di scaglie di mare
Mentre si levano tremuli scricchi
Di cicale dai calvi picchi.
Eugenio Montale, 1925
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro
più chiaro si ascolta il sussurro

dei rami amici nell’aria che quasi non si muove
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra

e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,

qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Eugenio Montale, 1925
[…] tutte insieme entro un arco incantevole di rocce e di cielo le Cinque Terre […] La strada maestra le abbandona a se stesse lasciando Sestri per salire al paese del Bracco, […] avaro è lo spazio che non permette passeggiate se non a coloro che vogliano inerpicarsi […] fra terrazze di vigneti digradanti verso il mare […] Paesaggio roccioso e austero, asilo di pescatori e di contadini viventi a frusto a frusto su un lembo di spiaggia che in certi tratti va sempre più assottigliandosi, nuda e solenne cornice di una delle più primitive d’Italia. Monterosso, Vernazza, Corniglia, nidi di falchi e di gabbiani, Manarola e Riomaggiore sono, procedendo da ponente a levante, i nomi di pochi paesi o frazioni di paesi così asserragliati fra le rupi e il mare.
Eugenio Montale, 1946
La veduta era superba. In alto, in cielo, si ammirava un prodigioso fastigio di nuvoloni candidi a cavolfiore, con strane strisce viola per corona. Le parti più basse e più scure s’adagiavano sui monti intorno al passo del Bracco, sui sette-ottocento metri di quota. Più in basso ancora colli e colline digradavano graziosamente verso il mare. Indimenticabile un santuario di monte nero posto al culmine d’una montagna non molto alta, ma regolarissima e terrazzata a vigne curate con arte da definirsi più del giardiniere che del contadino.
Fosco Maraini, 1999